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La soglia dell'invisibile: il sacro nell'arte e dentro di noi

Monica Fasan ·

La soglia dell'invisibile: il sacro nell'arte e dentro di noi

Che cosa rende qualcosa sacro? Dalle origini della parola al corpo come tempio dello spirito, fino alla poesia di Leopardi, un percorso tra visibile e invisibile e il potere dell'arte di aprirci al mistero e alla conoscenza di noi stessi.

Che cosa lega l’arte, il sacro e il nostro mondo interiore?

In questo articolo esploriamo quella soglia sottile tra visibile e invisibile, finito e infinito, che ci permette di entrare in contatto con il mistero dell’esistenza.

Mi rivolgo in particolare a chi ama l’arte e la spiritualità e sente il desiderio di approfondire la conoscenza di sé attraverso l’arte, con percorsi di ben-essere interiore, crescita personale e ricerca di senso.

Sacro e profano: due concetti da chiarire

Nella concezione comune si tende a opporre ciò che è sacro a ciò che non lo è. Le due cose sono concepite come separate, associando spesso erroneamente “sacro” alla sola sfera religiosa e “profano” a una brutta parola o a qualcosa di trasgressivo, a seconda del proprio sentire a riguardo. Cerchiamo qui di fare chiarezza e di scendere in profondità, esplorando questi due concetti di cui si fa tanta confusione.

Le origini della parola “sacro”, sia in ebraico (qadosh) che in arabo (herem), in greco (hieros, racchiuso nel temenos) e in latino (templum), si riferiscono a una separazione spaziale, fisica: un luogo individuato che si manifesta come diverso da ciò che gli sta intorno, a parte, separato da ciò che è impuro, profano. È altro, e l’altro, per gli antichi, è Dio. In quel recinto in cui viene iscritto il tempio, l’Altro si concentra, si manifesta. In quello spazio delimitato avviene la mediazione tra Dio e l’uomo. Quel luogo è dunque consacrato, dichiarato sacro: santo. Questa bipartizione pone l’essere umano davanti a ciò che è altro da lui e dai suoi simili, lo mette alla presenza di Dio. Ne deriva che “profano” (pro=avanti, fanum=tempio, luogo sacro) è, letteralmente, “tutto ciò che sta davanti, fuori dal tempio”, tutto ciò che sacro non è.

La parola “sacro” ha però in sé origini indoeuropee (sac) e deriva da sacer, che ha la stessa radice di “sancire”, determinare. Per cui si ritorna all’idea principalmente greca del temenos, ovvero del limite, dello spazio circoscritto. Il sacro, dunque, è ciò che è stato sancito (stessa radice sac), mentre il santo rivela, in quanto suo participio passato, qualcosa che “è stato dichiarato sacro”.

Il corpo come tempio dello spirito

Detto questo, possiamo spingerci un po’ oltre e arrivare al concetto del corpo come “tempio dello spirito” (di cui, effettivamente, si parla nei Vangeli ma non solo). Proviamo a traslare quanto detto sulla parola templum — il luogo delimitato, privilegiato, in cui il sacro si manifesta, il luogo di incontro tra umano e divino — al nostro corpo.

Sacro non è solo, quindi, il tempio fisico, il luogo di culto o l’immagine religiosa: l’uomo è sacro.

E allargando quel concetto fisico-spaziale di limite, quel corpo è un mistero. Sì, perché anche in lui c’è qualcosa che “è altro”, che non si vede, qualcosa di inspiegabile.

L’infinito di Leopardi: la dinamica sacro-profano

Leopardi, nella sua celebre poesia “L’infinito”, parla in altri termini di questa dinamica sacro-profano.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle, 

E questa siepe, che da tanta parte 

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. 

Ma sedendo e mirando, interminati 

Spazi di là da quella, e sovrumani 

Silenzi, e profondissima quiete 

Io nel pensier mi fingo; ove per poco 

Il cor non si spaura. E come il vento 

Odo stormir tra queste piante, io quello 

Infinito silenzio a questa voce 

Vo comparando: e mi sovvien l’eterno, 

E le morte stagioni, e la presente 

E viva, e il suon di lei. Così tra questa 

Immensità s’annega il pensier mio: 

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Ecco, ciò che dice il poeta è che se su quel colle fisicamente distante da tutto, separato (da herem = eremo, eremita, ermo), non ci fosse quel limite invalicabile della siepe da cui sporgersi, non ci potrebbe nemmeno essere quell’oltre (“l’ultimo orizzonte” escluso allo sguardo) e l’eterno, l’immenso, sarebbe precluso.

L’immaginazione non sarebbe stimolata ad andare oltre, verso quell’Infinito che, d’altronde, dà il titolo a questa poesia. Il sacro è ciò che è oltre quella siepe, che è altro; il profano è ciò che invece sta davanti a questa, ciò che vedo.

Che cos’è l’arte sacra?

E arriviamo dunque ora, per non confonderci più, alla domanda: che cos’è l’arte sacra?

Sacra è tutta quella produzione dell’ingegno umano in cui si respirano il limite e l’oltre. È l’artista che plasma il finito per esprimere ciò che lo supera, quella cosa “altra” che sente sia dentro di lui (dentro il suo corpo-limite), sia dentro a tutto ciò che egli vede e che di finito sta fuori di lui.

Arte, benessere e conoscenza di sé

Forse è proprio in questa tensione tra il visibile e l’invisibile, tra ciò che conosciamo e ciò che ci supera, che risiede anche una possibilità di benessere interiore.

L’incontro con un’opera d’arte può aprire uno spazio di ascolto e contemplazione, aiutarci a dare forma a ciò che sentiamo ma non sappiamo esprimere, e metterci in contatto con dimensioni profonde della nostra esperienza.

Le arti non agiscono soltanto sul nostro pensiero o sulla nostra conoscenza: coinvolgono le emozioni, i sensi, l’immaginazione e la nostra capacità di attribuire significato all’esperienza.

Ci invitano a rallentare, a sostare davanti al mistero, a riconoscere che non tutto ciò che conta può essere spiegato o reso visibile.

In questo senso, l’arte può diventare una soglia: uno spazio in cui il mondo esteriore incontra quello interiore e in cui il benessere non coincide soltanto con lo stare bene, ma anche con la possibilità di entrare più profondamente in relazione con noi stessi, con gli altri e con ciò che percepiamo come più grande di noi.

Ed è proprio qui, probabilmente, che l’esperienza artistica sfiora quella dimensione del sacro che ci ricorda la profondità e il mistero dell’esistenza.

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